Nel 1743 alla Corte di Versailles, il chirurgo francese Francois Godot de Peyronie fu il primo a descrivere questa patologia che da qui prende il nome di Malattia di Peyronie. È una patologia benigna, che colpisce il pene, di cui non si conosce ancora la genesi. Vediamo meglio di cosa si tratta e sopratutto come curare la malattia di Peyronie.

Cosa è la malattia di Peyronie e come si può curare?

 

Nello specifico, la malattia di Peyronie è un’alterazione della tunica albuginea dei corpi cavernosi del pene, ovvero delle regioni esterne dalla struttura spugnosa che si riempie di sangue consentendo l’erezione. L’infiammazione alla base della malattia determina la sostituzione della tunica albuginea (il loro rivestimento resistente ed elastico) con un tessuto rigido e fibroso. Può comportare dolore durante l’erezione “recurvatum”, ovvero una deformazione all’asta del pene durante l’erezione, comunemente detta pene curvo. Non essendo in grado di distendersi ed estendersi omogeneamente, si presenta l’incurvazione (con o senza presenza di un incavo nel pene o un anello circonferenziale che darà al pene una forma “a clessidra”). La malattia può inoltre comportare un accorciamento del pene che ha perso la sua elasticità o parte del suo volume. Questo disturbo ha una fase acuta i primi 6 mesi dall’inizio dei sintomi, ed una fase cronica dopo i 6 mesi; ognuna è caratterizzata da segni e sintomi.

Quali sono le cause della malattia di Peyronie? E come riconoscerla?

Come abbiamo già accennato, non si conosce la causa che scatena la malattia. Le ipotesi sono molte come ereditarietà, micro-traumatismi, l’età etc…

Nelle fasi iniziali la malattia si manifesta solo come un’ipersensibilità del pene e al tatto si avverte una consistenza alterata. Il dolore non è presente in tutti i pazienti e le deformazioni compaiono soltanto col progredire della malattia. Bisogna attendere circa 6 mesi fino a che non si stabilizzi il quadro con la successiva formazione della placca. I tempi e la presentazione dei segni e sintomi variano da caso a caso; può capitare che si formino altre placche in diverse zone del pene modificandone ulteriormente la curvatura.

Come curare la malattia di Peyronie?
Il Trattamento malattia di Peyronie

Per ciò che riguarda il trattamento della Malattia di Peyronie dobbiamo distinguere: il trattamento medico attraverso terapie orali, terapie topiche e terapie intra-lesionali (dentro la placca o vicino la placca) ed il trattamento chirurgico. Mentre il trattamento chirurgico va riservato unicamente ai pazienti affetti da malattia “stabilizzata” o in fase cronica (quindi non prima dei 6 mesi dall’esordio dei sintomi e/o dell’incurvazione), la terapia medica dovrebbe cominciarsi il prima possibile.

In commercio esistono diverse opzioni di trattamento medico per la malattia di Peyronie anche se non tutti supportati da buoni studi clinici (trial clinici randomizzati) che dimostrino l’effettiva utilità e beneficio del trattamento.

Gli obiettivi del trattamento medico sono fondamentalmente tre: 1) quello di stabilizzare la formazione della cicatrice/placca durante la fase acuta della malattia; 2) migliorare la deformità; 3) ridurre il dolore. Rappresenta un’opzione di prima linea assolutamente appropriata durante la fase acuta del Peyronie.

Di seguito espongo brevemente le principali opzioni presenti assieme ai risultati.

Terapie orali: – Vitamina E: questa è usata per il trattamento del Peyronie dal 1949, si pensa che riduca lo stress ossidativo, l’infiammazione locale e la deposizione di collegeno (tessuto non elastico) sulla placca. In letteratura sono presenti diversi trials clinici randomizzati che analizzano i suoi effetti e risultati, la maggior parte di questi dimostra la sua totale assenza di beneficio per il paziente. Solo uno studio dimostra una miglioria dell’incurvazione di 6° rispetto al placebo ma questo non è un dato significativo. – Potaba: è usato dal 1959 come agente anti-fibrotico. In uno studio randomizzato del 2015 è stata dimostrata una riduzione delle dimensioni della placca ma non della deformità/incurvazione. Non è usato con frequenza a causa dei suoi effetti collaterali a la mancanza di dati scientifici che dimostrino la sua efficacia. – Tamoxifene: agisce in teoria riducendo la formazione fibrosi. Non è raccomandato per il trattamento del Peyronie a causa della mancanza di evidenza di benefici significativi. – Colchicina: lo scopo del trattamento è ridurre la sintesi di collageno. Sebbene esistano 2 studi importanti dai risultati opposti, attualmente il trattamento con quest’agente può essere indicato solo quando usato come terapia “combinata” (con altri farmaci) e non come monoterapia. – Carnitina: non indicata nel trattamento del Peyronie. – L-Arginina: agisce aumentando i livelli di ossido nitrico dentro la placca e riducendo la sintesi di collageno. Sebbene non esitano studi che dimostrino la sua utilità come monoterapia, questa dimostra risultati promettenti quando usata in combinazione con altri agenti. – Pentoxifillina: ha un ruolo anti-fibrotico. Diversi autori consigliano il suo utilizzo come terapia di combinazione.

Terapie topiche: in teoria rappresentano il trattamento ideale per la semplicità di applicazione ed il basso rischio di effetti collaterali ma il problema principale è rappresentato dal raggiungimento dell’adeguata concentrazione nel tessuto target. Le principali opzioni terapeutiche sono rappresentate da applicazioni topiche di Verapamil: riduce la produzione di collageno ed aumenta l’attività della collagenasi (che “scioglie” il collageno / la placca presente) ma, già che attualmente non ci sono trials clinici che dimostrano l’effettiva miglioria dell’incurvazione dovuta al trattamento topico con verapamil, il suo utilizzo non è raccomandato. EMDA: questa tecnica è stata sviluppata con l’obiettivo di migliorare la penetrazione nei tessuti dei vari farmaci/prodotti. Sebbene questa tecnica comporti effettivamente una maggior concentrazione dei prodotti/farmaci all’interno dei corpi cavernosi, nessuno studio clinico ha mai dimostrato il suo effettivo beneficio clinico per il paziente. Quindi, in seguito alla totale assenza di evidenza che dimostri la sua efficacia, il trattamento con EMDA non è raccomandato.

Terapia intra-lesione o intra-placca: – Verapamil: la terapia intra-lesione ha dato migliori risultati rispetto all’applicazione topica del prodotto tuttavia i risultati clinici sono abbastanza contraddittori. Nonostante ciò, continua ad essere un trattamento comunemente prescritto per il trattamento della malattia di Peyronie: è molto più economico della collagenasi del clostridium-histolyticum e presenta minori effetti collaterali in riferimento ad ematoma, dolore e rottura della tunica albuginea. – Corticosteroidi: furono i primi sperimentati in passato, studi clinici non sono riusciti a dimostrare, però, la presenza di benefici significativi dal trattamento con corticosteroidi (“cortisone”) intra lesionale o intra-placca. Dovuto a questo e anche alla presenza di effetti collaterali, non sono raccomandati per il trattamento della malattia di Peyronie. – Collagenasi del Clostridium Histolyticum: questo prodotto è l’unico agente approvato dalla FDA (Food and Drug Administration) per il trattamento del Peyronie. La collagenasi, che è un enzima prodotto da questo batterio (il clostridium histolyticum), lavora degradando, “sciogliendo” i due diversi tipi di collagene che possono depositarsi sulla placca. Ci sono importanti studi clinici (tutti con una gran numero di pazienti) che parlano della miglioria dell’incurvazione (17° in riferimento a tale prodotto rispetto ai 9° del placebo) così come una miglioria dei parametri erettili, però sono anche riportati certi eventi avversi + la presenza di ematoma ed ecchimosi sino al 84% dei pazienti sottoposti a questo trattamento. I protocolli di utilizzo, così come di “stretching”, cambiano ed attualmente ve ne sono di nuovi. Sebbene la collagenasi del clostridium si è dimostrata moderatamente efficace soprattutto per il trattamento delle incurvazioni lievi/moderate, non lo è per le incurvazioni gravi e presenta 3 fondamentali aspetti da tenere in seria considerazione prima di sottoporsi a questo trattamento (escludendo le complicanze): 1) i costi, quelli per il trattamento sono circa  8 volte superiori rispetto alla correzione con l’intervento chirurgico; 2) il prodotto non ha mai dimostrato di provocare un “ripristino” della lunghezza persa; 3) la non applicabilità ad incurvazioni gravi, placche dolorose, placche estese e calcificate, pene a clessidra.

Terapie esterne: – Litotripsia extra-corporea (ESWT): recentemente la letteratura si è “riempita” di studi che parlano del trattamento della malattia di Peyronie attraverso questi dispositivi. In base all’attuale evidenza scientifica, la ESWT non è raccomandata per il trattamento della malattia di Peyronie anche se vengono utilizzati i recenti device modificati (macchinari nuovi) che emettono onde d’urto a bassa intensità. – Trazione del Pene attraverso il Vacuum: è un trattamento sottovalutato che è ben indicato nelle persone preoccupate dalla possibile perdita di lunghezza del pene ed è molto utile come terapia di combinazione (in associazione ad altri prodotti locali o orali). La chiave del successo della trazione del pene, però, è la durata che è stimata in circa 3 ore al giorno per 3-4 mesi.

Terapia chirurgica: la chirurgia rappresenta ancora il trattamento gold-standard (il migliore) per il trattamento della malattia di Peyronie nella fase cronica, stabile. Il candidato ideale non presenta seri problemi di natura erettile, presenta una deformità del pene stabile da almeno 6 mesi, presenta placche nel pene, non ha avuto benefici dal trattamento medico e desidera la più rapida ed affidabile tecnica per la correzione dell’incurvazione.